LE SETTE TESTE DEL DRAGO VERDE – Capitolo 1

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Non lasciarti sfuggire Le sette teste del drago verde!

le-sette-teste-del-drago-verde-tradottoLe sept têtes du dragon vert, di Teddy Legrand, è un romanzo enigmatico e rivelatore, divenuto quasi un cult fra coloro che investigano sulle trame del governo occulto mondiale che manovra la storia dell’Europa e del mondo.

Questo libro ha atteso oltre ottant’anni per uscire dai confini della lingua francese: GRAAL Edizioni ne ha appena pubblicata, finalmente, la traduzione in italiano, e ora ne offre, come “assaggio”, una parte del primo capitolo.

Il mio auspicio è che ne siate invogliati a leggere il romanzo per intero, – peraltro godibilissimo, – e che torniate su questo sito per lasciare commenti, discutere sugli innumerevoli spunti di riflessione che esso offre, contribuire ad espandere la consapevolezza e a sollevare il velo che ancora cela il dominio globale segreto alla vista dei più.

A presto, dunque!


LE SETTE TESTE DEL DRAGO VERDE

Capitolo 1

La fotografia e l’icona

 

L’esercizio del mestiere di spia o di contro-spia sviluppa, dicono, una specie di sesto senso tra coloro che sono abituati a “vivere pericolosamente” al servizio di una di quelle organizzazioni tra le quali i servizi segreti britannici passano, a torto, per il prototipo.

Ebbi la certezza che erano entrati a casa mia, di recente, approfittando della mia assenza, non appena infilata la mia chiave – una chiave piatta di forma molto particolare – nella serratura della porta esterna del pied-à-terre, dove abito, tra una missione e l’altra, ogni volta che sono a Parigi.

Il forte odore di tabacco inglese che persisteva, dominando quelli di naftalina e di canfora, indicava anche che la visita aveva avuto luogo, al massimo, quarantott’ore prima.

Di solito, ci vuole un po’ più di abilità per scoprire la gente troppo curiosa che crede di poter trovare, tra le mura di casa mia, dei documenti o degli indizi.

In questo caso doveva essere un dilettante o un novizio, non ancora pratico delle “sottigliezze”, a meno che – riflettevo – non si trattasse di qualche vecchia volpe, troppo sicura dell’impunità per preoccuparsi di nascondere le proprie tracce.

Eppure, dopo aver spalancato le persiane – una volta depositata la mia valigia sul tappeto dell’ingresso – potei verificare che la mia camera, il mio bagno e il mio studio erano stati metodicamente perquisiti – proprio quel che si dice perquisiti – e da qualcuno che sapeva fiutare ogni possibile nascondiglio.

Non c’era – mi si perdoni questo dettaglio piuttosto prosaico – nemmeno un rotolo di carta igienica, del mio cesso, che non fosse stato accuratamente ispezionato e in modo magistrale, nel caso avesse contenuto il “vaso di rose” che lui cercava.

Dal marzo 1918 – è nel settembre 1929 che inizia questa storia – mi sono abituato a questi “accessi di curiosità perniciosa”[4] che mettono un’aggiunta di imprevisto in una vita già ricca di eventi, sia per piacere che per professione.

Così tanti poteri occulti hanno un interesse vitale a distruggere ciò che detengo!

Dalla settimana successiva alla strage di Ekaterinburg, l’odioso massacro dell’ultimo Zar e della famiglia imperiale, in quella casa Ipat’ev dove, unico francese, sono entrato alla fine di luglio 1918, quando il sangue dei Romanov ne macchiava ancora il legno del pavimento…[5] da undici anni, LORO si accaniscono.

Senza Emile Pages,[6] del resto, dopo il mio ferimento a Harbin,[7] sarei mai riuscito a far parte della missione Janin[8] e imbarcarmi con essa sulla Athos, al porto di Dairen?[9] Senza di lui, di cui LORO non sospettano, le mie foto, le mie foto preziose, avrebbero mai raggiunto Marsiglia?

Sì, certo, mi avranno causato degli “intoppi” non da poco queste pellicole 6½ x 11, impressionate con la mia Kodak prima che potessero alterare, comodamente, la scena dove era terminata una dinastia.

E non è un giudizio avventato ricollegare, a questa “serie nera”, l’incidente – improbabile rottura della cinghia della sella del mio mehari[10] – che si era verificato in un luogo sperduto, quasi alla fine della mia escursione di carattere etnografico, nell’Hoggar, incidente che mi aveva costretto – appena un paio di settimane prima – ad intagliare due nuove tacche sul calcio usurato della mia Colt. Senza dubbio era destino che, dopo questo soggiorno di sei mesi, in missione speciale nel deserto, presso i Tuareg Imazighen, col pretesto di studiare le usanze e i costumi di questa gente semplice (che forse discendeva dai Crociati), i miei avversari personali mi avrebbero guastato la gioia del ritorno!

Avversari personali, sì.

Perché se, spesso, gli agenti di una nazione alleata o rivale hanno tentato di farmi la pelle, tuttavia non si sono mai sognati di prendersela con i miei poveri mobili!

Anche questa volta, per riparare i danni commessi dalla “perquisizione” del mio scrupoloso visitatore, sarò costretto a rovinarmi con le fatture del falegname, del tappezziere, del rilegatore?

Almeno, dopo un rapido controllo dei miei armadi e guardaroba, – abbastanza grandi perché un audace vi si possa nascondere, per carpire i miei piccoli segreti, – ho avuto la soddisfazione morale che l’indiscreto esploratore dei miei “Penati” abbia dovuto andarsene a mani vuote.

Le tende tirate alle finestre, la mia lampada da tavolo accesa, non mi restava che sfogliare questo antico album fotografico, con copertina di felpa verde, qua e là sbiadito e ingiallito, che di solito lascio stazionare sul comò Boulle, nella posizione che occupava vicino al piccolo bronzo di Barye e di gres fiammato di Massier, nel salotto dei miei genitori.

Tengo molto a questa reliquia di tutto il mio passato familiare, ricca di memorie della mia infanzia, dove ritrovo i volti dimenticati di vecchi cugini, di zii lontani, persi di vista dalla mia prima comunione, accanto alle sembianze delle persone care che ho perduto.

Ma ci tenevo ancora di più, al tempo di questa avventura, perché alcuni dei cartoni, dal taglio dorato, – dove si allargava, sullo sfondo di un’antica effigie, la firma, anch’essa dorata, d’un fotografo di provincia, – portavano fissati al loro verso gli originali di quattordici piccoli negativi 6½ x 11, da me scattati un tempo negli Urali, e una serie di prove duplicate.

La rivelazione che sto per fare non comporta più, ormai, alcun inconveniente.

Ancora fermati ai loro angoli da spessi cartoncini Bristol, i miei “Lari” non servono più a proteggere, contro il furto e le passioni impetuose, questi “pezzi capitali” che dovevano condurmi, poco tempo dopo il ritorno in questione, alla prima delle scoperte che ho deciso d’esporre!

Per me, Edgar Allan Poe rimane un genio.

Una volta ancora si è dimostrato che il principio ingegnoso del suo racconto, La lettera rubata, è di una psicologia esatta.

I più astuti “investigatori” che avevano operato a casa mia, dalla mia missione in Russia, s’erano tutti lasciati fregare dal rinnovato espediente di Mr Dupin,[11] troppo semplice perché potessero scoprirlo.

*****

Se il generale Gajda,[12] a capo delle forze cecoslovacche in Siberia durante l’offensiva contro i Rossi nel luglio 1918, non fosse stato condannato dai suoi compatrioti, in seguito, per il crimine di alto tradimento,[13] immagino avrebbe avuto un soprassalto nell’apprendere, da queste memorie, che Dédina, il suo cuoco, – che lui prendeva a calci nel culo quando il gulasch alla paprika, di cui andava matto, non era abbastanza aromatizzato, – conosceva non solo quella specie di dialetto slavo distorto della sua provincia boema, ma anche il tedesco, il russo, il bulgaro, l’inglese, l’italiano, l’osmanli,[14] l’arabo, lo spagnolo e il greco, oltre il francese, naturalmente!

Non è forse che ero io, quel cuoco peloso, ubriacone, credulone, bestione e ignorante, capro espiatorio dello stato maggiore e delle disposizioni di mensa, ma di cui il “padrone” tollerava, a volte, la familiarità, quando aveva la pancia piena, dopo quei ricchi banchetti di cui brillava la mia arte culinaria?

Principe degli chef, Escoffier,[15] – del quale fui un attento allievo, sotto falso nome, per un semestre, – di che importanti risorse vi sono debitore! Come lo sono nei confronti di quei “maestri” che elogiavano “il mio straordinario dono delle lingue”, quando io, – destinato, sembrava, alla più brillante carriera universitaria, – mi preparavo per l’École Normale nelle birrerie del Quartiere Latino.

“L’educazione porta a tutto.” Eh sì!

Questo aforisma che si deve attribuire, credo, a Mr. Guizot,[16] non poteva essere meglio illustrato che dalla serie di avatar in cui fui gettato dalla guerra.

… Che mano che avevo!

Questa foto – scattata, a Omsk, da Lucien Altmeyer, il mio compagno di missione, distaccato segretamente, come me, sul fronte anti-bolscevico… in seguito massacrato, sventrato al villaggio di Verch-Iset’,[17] da scherzosi tovarish, – mi restituisce l’incarnazione di cui andai forse più fiero, perché fu la prima volta che mi trovai costretto a “comporre” un personaggio con tale costante attenzione ai dettagli.

Povero Altmeyer!

Se avesse potuto arrivare fino a Ditériks,[18] agli avamposti di Kolčak,[19] che aveva appena lasciato Tobolsk in direzione del lago Baikal, e trasmettergli il rapporto verbale che gli avevo consegnato, un rapporto preciso, che riferiva dei negoziati, da me sorpresi, fra la Črezvyčajnaja[20] e il comandante delle divisioni ceche, è probabile che la famiglia imperiale si sarebbe salvata!

… Eccomi travestito da prete, grazie alle cure del padre Stojorev, l’ultimo confessore dello Zar, quando ero destinato all’ospizio di Ekaterinburg; ospizio dove, affetto da tifo esantematico, Medvedev[21] “trapassò” fra le mie braccia, diciotto giorni dopo che, su ordine formale e ripetuto di Jurovsky,[22] aveva finito l’Imperatrice e sua figlia Tatiana con diciotto colpi di baionetta, sul pavimento già lordato di casa Ipat’ev.

È da lui che ebbi l’icona di San Serafino di Sarov, ornamento del mio camino.

Me l’affidò, dopo che io acconsentii a dargli l’assoluzione in extremis – non senza prima aver parlato, parlato, alleviato la sua coscienza tortuosa, – confidandomi che l’aveva presa dal cadavere di Alexandra Fëdorovna Romanova.

Non hanno nulla di molto pittoresco gli altri scatti che completano la mia collezione siberiana.

… Una grande, banale casa bianca, col piano terra rialzato, sormontato da una specie di mansarde, tutta circondata da una palizzata di tronchi d’albero malamente pareggiati.

… Brevi iscrizioni a matita, su pareti sporche e decrepite.

… Mobili sparsi, scompagnati, in camere troppo ampie, dove sembrano galleggiare in un’atmosfera di lugubre trasloco.

… Un tramezzo, tappezzato con un’orrenda carta a righe, forata, strappata in alcuni punti, che lasciava intravedere le doghe che reggevano l’intonaco, crollato in cumuli di macerie sul parquet macchiato di scuro.

… Un pozzo di miniera, che si apriva al centro di una radura nella foresta.

… Frammenti di ossa calcinate… Vari bottoni d’uniforme, in metallo, corrosi dall’acido.

… Una cremagliera in buono stato.

… Un monocolo rotto e contorto.

Il defunto giudice Sokolov[23] (il quale, tuttavia, riuscì a concludere la sua inchiesta ufficiale sulla tragedia imperiale di Ekaterinburg, tenendo conto delle istruzioni formali dell’ammiraglio Kolčak, – che obbedivano agli ordini degli emissari di Lloyd George)[24] è morto – gli iniziati lo sanno – per aver troppo lasciato intendere che conosceva i documenti comprovanti la VERITÀ.

Verità sempre temibile per coloro che permisero la strage, o piuttosto che la provocarono; coloro per i quali il Presidium del Comitato Esecutivo dei Lavoratori e Contadini e Guardie Rosse degli Urali non fu che uno strumento riservato… coloro che io voglio smascherare, prima che la loro azione nefasta provochi ALTRE CATASTROFI CHE SGRETOLEREBBERO LA PACE IN EUROPA!

[…]

Termina qui l'”assaggio” del primo capitolo del Le sette teste del drago verde. Non mi resta, per concludere, che ribadire il mio invito alla lettura integrale del libro, e a tornare a parlarne su queste pagine.

Buona e proficua lettura!


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